In via Damiani a Pordenone, un’area residenziale con molto verde poco lontano dalla stazione ferroviaria, è in corso da qualche mese una vicenda che ci pare illuminante sulle difficoltà di convivenza interspecifica nelle aree urbane. E’ un caso in cui le logiche tipiche dell’emergenza sicurezza – legge, ordine, pugno di ferro – si intersecano con le sorprese che ogni volta riserva l’incontro con l’altro più altro di tutti, ossia l’appartenente a una specie diversa dalla nostra.
Accade dunque a Pordenona che una cornacchia (ma forse si tratta di una coppia, maschio e femmina) abbia aggredito nelle ultime settimane più di una persona, secondo le denunce ricevute dalle forze dell’ordine e dall’amministrazione comunale. I casi sarebbero numerosi, per quanto distribuiti nell’arco di parecchie settimane – la storia va avanti dal mese di aprile – e a quanto pare non abbiano comportato gravi danni fisici, semmai un po’ di comprensibile spavento. Qualcuno ha evocato addirittura il celebre film di Alfred Hitchcock “Uccelli” (1963), con il cielo quasi coperto da stormi di corvi in formazione d’attacco, ma qui stiamo parlando in un unico animale, al massimo una coppia, presumibilmente genitori che hanno costruito il nido su un albero in mezzo alle palazzine e che attaccano, quando attaccano, in solitudine e nell’esclusivo intento di progettere il proprio nido e i propri cuccioli.

Le denunce di alcuni cittadini hanno offerto il destro ad Alessandro Basso, sindaco di Pordenone, esponente di Fratelli d’Italia, di agire con la fermezza e la violenza che abbiamo visto tante altre volte in passato, quando gli amministratori pubblici si sono trovati a prendere provvedimenti “in difesa dei cittadini” minacciati a loro dire da animali non umani. Basso ha firmato tre ordinanze in serie, probabilmente per eludere l’intervento del Tar, autorizzando non solo la cattura ma anche l’eventuale uccisione dell’animale (o della coppia di cornacchie), insomma qualunque mezzo per neutralizzate una minaccia giudicata evidentemente gravissima, intollerabile, meritevole di condanna a morte.
Le ordinanze di Basso, come altre in passato – ricordiamo su tutte quelle di Maurizio Fugatti, presidente leghista della provincia di Trento, contro gli orsi considerati troppo “confidenti” – sono l’espressione più piena, più nitida, di come il potere, nel tempo presente, interpreta il proprio ruolo: protezione totale dei “salvati”, di chi sta dalla propria parte, al di qua di un immaginario confine – di volta in volta i cittadini perbene, i cittadini autoctoni, la nazione, la patria, a seconda della retorica di circostanza – e condanna altrettanto totale dell’altro – condanna che arriva fino a sentenze di morte se l’altro appartiene a una specie non umana, mentre si ferma un poco prima se l’altro è una persona, ma sappiamo che in certe norme, in certe dinamiche, anche la vita di certi esseri umani non vale nulla: pensiamo alle politiche migratorie e alla logica del non soccorrere, del lasciar morire del mare Mediterraneo, una della massime vergogne della civiltà europea contemporanea.
Le ordinanze di condanna a morte, insomma, sono l’idealtipo, il modello estremo di riferimento delle politiche sulla sicurezza; la facoltà di dare la morte, del resto, è la manifestazione massima del potere. L’ordinanza del sindaco di Pordenone, per un altro verso, esprime la protervia del suprematismo specista e tradisce un incontrollabile attrazione per la morte, come fa notare fra le righe la stessa ordinanza del Tar di Trieste, che ha bloccato l’ordinanza su ricorso urgente della Lav, Lega antivisezione: “L’abbattimento dell’animale indicato nei provvedimenti impugnati costituirebbe un danno grave e (palesemente) irrimediabile”, hanno scritto i giudici. “Non appare del tutto convincente l’argomentazione motivazionale secondo cui non si riesca a (e sarebbe addirittura impossibile) conseguire – pur se con l’ausilio della scienza, delle moderne tecniche, dei sofisticati strumenti e dei potenti mezzi (civili e militari) dei quali l’Ordinamento amministrativo può disporre – l’obiettivo di neutralizzare la condotta iper/aggressiva di una cornacchia, senza però giungere all’estremo rimedio del suo abbattimento”.
Il sindaco Basso, nell’atto di accettare controvoglia la scelta del Tar, ha voluto ricordare – per dare la giusta misura al dibattito – ha precisato, che la Regione Friuli Venezia Giulia ha approvato un Piano quinquennale di controllo dei corvidi valido dal 2025 al 2029, che autorizza l’abbattimento di 13.000 esemplari di corvidi, sull’intero territorio regionale, per finalità di protezione delle colture agricole e di sicurezza pubblica”. L’eliminazione fisica, dunque, viene rivendicata come strategia di relazione con gli animali che vivono nelle città, mescolati, possiamo dire, alle persone umane. Il caso della cornacchia di Pordenone è emblematico della sfida che viviamo nel tempo presente non solo nelle città ma nello scenario globale, in riferimento al presente e al futuro della vita nel pianeta Terra.
C’è chi insegue e anzi vorrebbe rendere più cruda e feroce la legge del dominio del più forte, in questo caso la specie umana attraverso i suoi attuali sistemi di potere, e chi pensa invece che la preservazione della vita sul pianeta Terra, e anche la qualità dell’esistenza quotidiana nelle città e in tutti i luoghi abitati da specie diverse, passino attraverso rapporti fra specie sani e rispettosi. E’ la visione che ha animato le persone che hanno organizzato cordoni umani a protezione della cornacchia minacciata da un potere sempre più cupo e necrofilo.
Viva, insomma, le cornacchie di Pordenone: sono loro, con la loro condotta, la loro tenacia, la loro capacità di promuovere alleanze interspecifiche, a dischiudere una visione desiderabile di futuro.
Lorenzo Guadagnucci

















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