Approfondimenti

Annamaria Rivera e la semplicistica equidistanza di Vito Mancuso

Pubblichiamo questo articolo prendendolo dal Manifesto del 2 gennaio 2014

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Come pre­messa, occorre dire che il caso di «Cate­rina e la vivi­se­zione» si con­fi­gura come uno scan­dalo mon­tato ad arte. Si potrebbe sospet­tare che sia una sorta di ritor­sione per la vit­to­ria otte­nuta con la chiu­sura di Green Hill, dopo anni di lotte, repres­sione e mani­fe­sta­zioni, anche di massa. Ricor­diamo che a metà luglio il mostruoso alle­va­mento di cani bea­gle, desti­nati a espe­ri­menti di ogni genere in tutta Europa, con sede a Mon­ti­chiari, di pro­prietà della mul­ti­na­zio­nale Usa Mar­shall Farms Inc., è stato chiuso dalla magi­stra­tura, che ha incri­mi­nato i ver­tici dell’azienda.

Per ispi­ra­zione, come sem­bra, d’interessi assai cor­posi, il caso della stu­den­tessa gra­ve­mente malata, insul­tata in rete dagli imman­ca­bili men­te­catti per aver difeso la spe­ri­men­ta­zione su ani­mali, è stato arti­fi­cio­sa­mente gon­fiato dai media di ogni ten­denza, che ne hanno stra­volto il senso e le pro­por­zioni reali, ridu­cen­dolo a gos­sip da vacanze di Natale. Nel corso di que­sta bla­te­ra­zione scan­da­li­stica, che parte da un pre­sup­po­sto indi­mo­stra­bile – gli autori degli insulti vir­tuali sareb­bero rap­pre­sen­ta­tivi dell’«animalismo»- si sono perse den­sità e pro­fon­dità dei dilemmi e della stessa ela­bo­ra­zione teo­rica dell’antispecismo. La quale ha ante­ce­denti assai illu­stri: fra tutti basta citare la Scuola di Francoforte.

Pochi sono stati finora i com­menti, da parte non anti­spe­ci­sta, che si siano misu­rati con la com­ples­sità della que­stione. Si sa, è tipi­ca­mente ita­liano pren­dere la parola pub­bli­ca­mente su qual­siasi tema – e su que­sto più che su altri — pur non aven­done alcuna competenza.

Come pro­to­tipo del genere di arti­coli che si pre­ten­dono colti ed equi­di­stanti, ma che scon­tano una cono­scenza appros­si­ma­tiva del dibat­tito anti­spe­ci­sta e non solo, assu­miamo quello del teo­logo Vito Man­cuso: Sull’“antinaturalismo” degli ani­ma­li­sti, apparso il 29 dicem­bre scorso su La Repub­blica e ripreso nella prima pagina di Micro­Mega online.

Per comin­ciare: Man­cuso dà per scon­tato che a insul­tare Cate­rina Simon­sen siano stati «gli ani­ma­li­sti», men­tre la sola cosa certa è che sono espo­nenti della vasta cate­go­ria di imbe­cilli che, gra­zie alla vol­ga­rità dila­gante e alla caduta dei freni ini­bi­tori indotta dalla rete, vomi­tano insulti con­tro chicchessia.

Non solo: il teo­logo si rivela alquanto ignaro degli orien­ta­menti, teo­rie, dibat­titi che attra­ver­sano il mondo, assai ete­ro­ge­neo, degli inte­res­sati alla sorte dei non umani. Così che, non distin­guendo tra zoo­fili, ani­ma­li­sti, anti­spe­ci­sti, infila tutti nel mede­simo cal­de­rone. Dà per scon­tato, per esem­pio, che ad acco­mu­nare gli «ani­ma­li­sti» sia il fatto di «volere per gli ani­mali gli stessi diritti dell’uomo». E invece vi è una cor­rente anti­spe­ci­sta, per­lo­più d’ispirazione anti­ca­pi­ta­li­sta, mar­xi­sta e/o liber­ta­ria, che rifiuta di par­lare di diritti ani­mali e pone l’accento sui pro­cessi di libe­ra­zione, riguar­danti umani e non umani.

arivera1Inol­tre, Man­cuso attri­bui­sce abu­si­va­mente agli «ani­ma­li­sti», quale tema etico fon­da­men­tale che li carat­te­riz­ze­rebbe, la que­stione violenza/nonviolenza: dilemma serio, ma che, almeno in que­sto arti­colo, è trat­tato in modo discu­ti­bile, pro­iet­tando sugli altri – gli «ani­ma­li­sti»– una que­stione che è sì cen­trale, ma anzi­tutto nel suo pen­siero. Di con­se­guenza, egli assi­mila, quali vit­time della vio­lenza umana, patate, cipolle, bat­teri, topi e pri­mati (gli ultimi due non nomi­nati espli­ci­ta­mente, ma la spe­ri­men­ta­zione ani­male, si sa, ha loro tra le vit­time principali).

In realtà, se il teo­logo si fosse con­fron­tato con qual­che buon sag­gio, non neces­sa­ria­mente anti­spe­ci­sta in senso stretto – per esem­pio, con L’animale che dun­que sono di Jac­ques Der­rida -, saprebbe quali siano le domande prin­ci­pali: gli altri ani­mali sono capaci di gioire, sof­frire, com­pren­dere? Non sono forse delle sin­go­la­rità irriducibili?

Altret­tanto con­ven­zio­nale è la con­ce­zione man­cu­siana dei non umani. Non per caso egli, tra tutti i filo­sofi che, almeno a par­tire da Mon­tai­gne, si sono posti la que­stione, cita pro­prio e solo Kant: ovvero colui del quale Theo­dor W. Adorno ha cri­ti­cato l’odio e l’avversione per gli ani­mali, e la morale priva di com­pas­sione o commiserazione.

Tra i tanti pas­saggi di que­sto arti­colo impron­tati al senso comune, la frase «A parte quella umana, nes­suna spe­cie ces­serà mai di seguire l’istinto sotto cui è nata» appare non troppo degna di uno scritto che si pre­tende colto. Da lungo tempo stu­diosi in vari campi, com­presi gli eto­logi, hanno messo in discus­sione la nozione di istinto, ammet­tendo che nume­rose spe­cie ani­mali pos­sie­dano intel­li­genza, sen­si­bi­lità, inten­zio­na­lità, sin­go­la­rità, capa­cità di sim­bo­liz­za­zione e di empa­tia, non­ché cul­tura: inten­dendo come ele­mento minimo basi­lare di quest’ultima l’attitudine a ela­bo­rare solu­zioni dif­fe­ren­ziate per risol­vere uno stesso pro­blema nel mede­simo ambiente.

Inol­tre, l’affermazione di Man­cuso «L’uomo al con­tra­rio [degli altri ani­mali] ha impa­rato a poco a poco a esten­dere gli ideali di giu­sti­zia a tutti gli esseri umani, com­presi quelli dalla pelle diversa» è con­trad­dit­to­ria oppure è il frutto di un grave lap­sus. Egli, infatti, col­loca que­sta frase dopo un pas­sag­gio nel quale scrive: «nes­suna spe­cie ani­male esten­derà mai alle altre spe­cie i diritti di supre­ma­zia che la natura lungo la sequenza della sele­zione natu­rale le ha con­cesso». Forse che gli esseri umani «dalla pelle diversa» (diversa da chi?) appar­ten­gono a una fami­glia altra da quella di Homo Sapiens? En pas­sant, aggiun­giamo che il teo­logo sem­bra igno­rare che certi pri­mati, in par­ti­co­lare i bonobo stu­diati da Frans de Waal, cono­scono sen­ti­menti e com­por­ta­menti quali altrui­smo, com­pas­sione, empa­tia, gen­ti­lezza, pazienza, sen­si­bi­lità, per­fino mora­lità, estesi anche al di là della loro specie.

In sostanza, Man­cuso ripro­pone come uni­ver­sale la vec­chia dico­to­mia natura/cultura, tipi­ca­mente occi­den­ta­lo­cen­trica, sco­no­sciuta a tanta parte dell’umanità, che ha ela­bo­rato, invece, onto­lo­gie e cosmo­lo­gie fon­date sul para­digma della con­ti­nuità. Que­sta dico­to­mia è stata abi­tual­mente arti­co­lata in fun­zione di una serie di anti­tesi com­ple­men­tari quali innato/acquisito, eredità/ambiente, istinto/intelligenza, spontaneo/artificiale: oppo­si­zioni arbi­tra­rie, che discen­dono da un’ideologia legata a una forma pecu­liare di razio­na­lità — quella stru­men­tale — che rara­mente si è inter­ro­gata o ha messo in que­stione il pro­prio arbi­trio o la pro­pria parzialità.

E’ pro­prio la razio­na­lità stru­men­tale — figlia del cogito car­te­siano, a sua volta erede della «filia­zione giudaico-cristiana, dun­que sacri­fi­ca­li­sta» — che pro­duce oggi un livello tale di assog­get­ta­mento e mer­ci­fi­ca­zione dei non umani che, per citare ancora Der­rida, «qual­cuno potrebbe para­go­narli ai peg­giori genocidi».

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