Approfondimenti

La lunga vita di Camille, un gatto speciale / di Annamaria Rivera

di Annamaria Rivera

Allorché, al mattino, sto per entrare nella sala da bagno, Camille mi precede e si sistema sulla lavatrice, di fronte al lavabo sormontato da un grande specchio. Io gli volgo la schiena. Lui segue nello specchio ogni mio gesto, ogni movimento, annusando l’aria nell’istante preciso in cui passo dal sapone al dentifricio, dallo sciampo al balsamo, dalla crema al fondotinta, dal fard all’ombretto.

Sto ben attenta a non aprire troppo il rubinetto perché l’acqua non gli schizzi addosso e a non tenere il phon nella sua direzione per non investirlo col soffio d’aria calda. Qualche volta però mi accade di distrarmi e allora, alla prima goccia d’acqua, al primo sbuffo caldo, Camille balza giù dalla lavatrice con aria indignata, la coda bassa e il pelo arruffato.
Gli chiedo scusa con voce flautata, lui si rassicura e risale sulla lavatrice a contemplarmi. Di solito a quel punto si rilassa e riprende a fare le fusa. Ma assai lievemente, in modo quasi impercettibile: è un gatto altero e orgoglioso, in apparenza un po’ introverso. E sta sempre ben attento a non mostrarsi arrendevole, a non cedere alle passioni o piuttosto a non lasciarle trapelare.

Ma io so che vorrebbe che questa cerimonia mattutina non finisse mai. E’ il momento dell’intimità perfetta, lui finalmente solo con me, senza il timore che l’uno o l’altra dei gatti s’intromettano nel nostro rapporto. L’ho capito così bene che ho preso l’abitudine di carezzarlo lungamente non solo prima d’iniziare la toilette, ma anche verso la metà e alla fine.

Questa breve nota di diario è del 20 novembre del 2011. Allora Camille aveva intorno ai tredici anni e sarebbe vissuto ancora per quasi un decennio. E’ morto, infatti, il pomeriggio dello scorso 28 ottobre, all’età veneranda di ventidue anni e mezzo. Sebbene da circa un anno tendesse a barcollare e non fosse più capace di usare le lettiere, comunque continuava a mostrare una notevole voglia di vivere, a tal punto da mangiare volentieri e più degli altri, anche quando, infine, era divenuto quasi cieco e incapace di alzarsi sulle zampe.

Nel corso dell’ultimo anno, è stato soprattutto Gianfranco a prendersene cura, al pari di una madre tenera ed esperta. E’ solo da lui che Camille si faceva lavare e fare fleboclisi quotidiane nonché somministrare farmaci. Ed è acciambellato sul suo grembo che si rilassava e dormiva più volentieri.

Un tempo, a marzo del 2014, era stato Camille a dar prova di profondo senso della cura. Fu allorché Ivan (per ora rimasto − ahinoi− l’unico gatto di casa) arrivò nel nostro quartiere: intrappolato, ancora lattante, nel motore di un’automobile, finalmente liberato, dopo un’intera giornata drammatica, da un paio di abili carabinieri. Fummo noi due ad accogliere il piccolino e fu Camille (non già l’unica gatta tra i nostri quattro) a curarsi di lui come una madre, insegnandogli, tra l’altro, a far uso della lettiera. Ne sarebbe stato ripagato: quando le condizioni del vegliardo non erano ancora estreme, fu Ivan a prendersi cura di lui, insieme con noi.

Camille era uno dei cuccioli di Anita e Pepé, due gatti dal pelo bianco e nero al pari di lui, vissuti in un appartamento di Bari insieme con mia figlia Alice. Una volta svezzato, mi fu affidato allorché mi ero trasferita a Roma. E qui è vissuto con me e Gianfranco in quattro appartamenti diversi e con svariati suoi simili, ogni volta adattandosi perfettamente.

Ha ben conosciuto tutti i nostri amici e amiche, ha imparato a camminare sul passamano delle scale esterne e ad arrampicarsi abilmente sulle grate intorno all’ascensore. A nostra insaputa, ha curato numerose relazioni di vicinato: a tal punto da percepire la morte imminente di una sua cara amica, una centenaria che abitava al quinto piano. Così da salire a vegliarla, davanti alla porta d’ingresso del suo appartamento, dalla notte al mattino, fino al momento della sua morte, per poi comunicarcelo una volta rientrato a casa: balzando sull’armadio più alto e raspando con le zampe, in piedi, verso il soffitto.

Insomma, Camille ha avuto una vita lunga e intensa. Ed è stato un gatto tanto intelligente quanto altero, tanto orgoglioso quanto incline alle relazioni sociali con umani e alla cura dei suoi simili.
Sebbene prevedibile, la sua scomparsa (dopo la morte di Mario e quella di Ciro-Fritz, la più tragica) rende ancor più cupa una temperie già oscurata dall’avanzare della pandemia.

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