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Libri / Il “Capitalismo carnivoro” senza futuro

Il titolo – Capitalismo carnivoro – è coraggioso e preciso. Preciso perché Francesca Grazioli, nel suo libro edito dal Saggiatore, indaga la filiera di produzione della carne e non fatica a individuarne i tratti salienti: lo sfruttamento della vita animale – e anche di quella umana, sia pure in altre forme – come asse portante, la logica del profitto spinta fino alle sue più estreme conseguenze, l’impressionante concentrazione proprietaria in poche mani, il disinteresse per ciò che gli economisti pudicamente chiamano esternalità negative, ossia l’abitudine ad agire distruggendo e inquinando senza alcun rimorso. Coraggioso perché la sola evocazione della parola capitalismo in Italia suscita irritazione, specie se del capitalismo si parla in termini necessariamente e fortemente critici, come in questo volume. E’ noto che l’ideologia neoliberista, al momento dominante nonostante i disastri compiuti e la sua assenza di prospettive di lungo ma ormai anche di medio se non breve periodo, ha la pretesa di presentarsi come l’ordine naturale delle cose e di tacciare come “ideologiche” ed “estremistiche” le posizioni di chi osa mettere in discussione, fin nelle sue radici – ideologiche, appunto – lo status quo.

Grazioli, che è una professionista nel campo della lotta al cambiamento climatico e della sicurezza alimentare, lavora – per lo più all’estero – al Centro di ricerca Biodiversity international, mette a nudo le origini stesse dell’industria alimentare e della produzione di carne in particolare, indicata come la prima e più efficace applicazione, al di fuori dell’automobile, del sistema collaudato da Henry Ford nelle sue fabbriche agli inizi del ‘900 e della moderna era industriale: “Il destino dell’industria della carne”, scrive, “comincia a tessersi sull’impianto teorico del capitale e, a sua volta, lo rafforza: nel creare concentrazione di potere, nel garantire cibo a buon mercato per tenere bassi i salari minimi e quindi i costi del lavoro, garantisce le condizioni di base perché altre industrie possano continuare a muoversi all’interno dello stesso paradigma”.

Il “continente carne”, come Grazioli dimostra con grande mole di dati, documenti ma anche racconti in presa diretta, è un universo di violenza, di indiscriminata violenza fisica e anche genetica, potremmo dire scientifica, visto com’è organizzato il sistema degli allevamenti e di smontaggio dei corpi. E’ anche un sistema di manipolazione politica e di enorme potere economico: sono numerose le leggi che avvantaggiano la lobby della carne, e poderose, addirittura fatali per la possibilità di affrontare il collasso climatica in corso, le cosiddette esternalità negative. Grazioli non esita ad accostare le condizioni degli allevamenti e dei macelli intensivi a ciò che il giornalista Upton Sinclair, oltre un secolo fa, descrisse nel suo memorabile libro-reportage La giungla, non a caso realizzato nei mega macelli di Chicago, luogo di prima e definitiva applicazione del modello fordista: la catena di montaggio delle automobili applicata allo smontaggio dei corpi animali.

Grazioli mette a fuoco il devastante impatto ambientale del sistema alimentare basato sulle proteine animali: inefficiente, inquinante, insalubre. Un capitolo è dedicato alla produzione di soia, causa primaria della deforestazione dell’Amazzonia e altre zone del pianeta, alimento prodigio per le sue caratteristiche e qualità nutritive, la cui produzione è però esplosa negli ultimi decenni per sostenere l’alimentazione degli animali da allevamento: a questo scopo è destinato ben il 90% del raccolto globale, altro che tofu e tempeh.

Capitalismo carnivoro è attraversato da compassione per gli animali, nulla viene nascosto e sono citati anche filosofi e sociologi che hanno affrontato il tema da più punti di vista, come Carol Adams, Jacques Derrida, Melanie Joy. L’autrice ha anche il merito di affrontare la “questione umana” connessa alle catene di smontaggio: la linea di demarcazione fra macellati e macellatori è ben precisa, ma anche i secondi vivono esistenze di serie B, sottoposti come sono a condizioni di stress quasi insopportabili, come dimostrano l’enorme turn over – vicino al 100% annuo in molti casi – e anche il disprezzo caduto durante la pandemia di Covid19 sui lavoratori di quei macelli divenuti focolai di infezione: le pessime condizioni igieniche, il sovraffollamento dei dormitori vennero attribuiti alle abitudini degradate degli operai – per lo più, ovviamente, stranieri e sottoproletari – e non a un sistema di sfruttamento estremo, così somigliante a quello denunciato da Upton Sinclair ne La giungla.

Grazioli ovviamente non manca di soffermarfsi sull’enorme contributo dell’industria alimentare, specie quella carnivora, al surriscaldamento globale e prende anche le distanze, in ambito scientifico, dalle sperimentazioni con la carne coltivata e con i succedanei di bistecche e hamburger ottenuti con ingredienti vegetali. Nel mirino dell’autrice, capitolo dopo capitolo, paragrafo dopo paragrafo, ci sono gli allevamenti intensivi, bocciati senza appello, ma Francesca Grazioli ferma il suo discorso, come se frenasse i suoi stessi pensieri, al momento di osare. Riconosce che il capitalismo carnivoro va superato e accoglie le posizioni di Carol Adams e della stessa Melanie Joy sulla scomparsa del corpo animale dall’esperienza umana in rapporto all’alimentazione: si sofferma cioè sul non detto, sul silenzio che accompagna l’imbarazzo di provocare la morte – pur di mangiare una bistecca, una frittata, o bere un bicchiere di latte – di esseri viventi ai quali riconosciamo lo status di esseri perfettamente senzienti. L’autrice non manca nemmeno di ricordare i belati, i muggiti, le grida di terrore degli animali mandati al macello, o i tentativi di fuga prima dell’ultimo tratto di tunnel verso l’esecuzione. E tuttavia si ferma lì.

Fa intendere, fra le righe, di provare nostalgia, chiamiamola così, per il modello preindustriale, con le fattorie e gli allevamenti non intensivi, ma non sviluppa il punto, come pure ci si aspetterebbe dopo le citazioni di Adams, Derrida, Joy. E’ questa una “concessione”, che ci pare imbarazzata, alle “regole” del sistema mediatico, politico e idoelogico: a un certo punto Grazioli cita la scelta veg*, lo scrive con l’asterisco, e osserva giustamente che affrontare i guasti del capitalismo carnivoro non è questione di scelte personali, ma di un paradigma da cambiare, al quale però fa solo un cenno, come se non volesse osare, timorosa – forse – di spaventare i lettori che l’hanno seguita fin lì, o magari di fare un passo troppo lungo rispetto alle proprie attuali esperienze e posizioni, ancora da maturare fino in fondo. E’ un’esitazione che comincia con il risvolto di copertina: l’editore specifica subito, nelle prime righe: “Leggere Capitalismo carnivoro cambierà il vostro modo di pensare e mangiare la carne. Non vi convincerà a smettere di acquistarla al supermercato. Non vi spingerà a stravolgere le vostre abitudini alimentari e diventare vegetariani o vegani. Tra queste pagine non troverete un manifesto animalista, ma un viaggio nelle zone più oscure del continente della carne”.

E’ un disclaimer, o una excusatio non petita, come se ci fosse la paura di superare le colonne d’Ercole del dibattito (anzi del non-dibattito) corrente sul capitalismo carnivoro e le sue catastrofiche conseguenze. E’ una rinuncia, a nostro modesto avviso, che rischia di frenare le nuove e necessarie idee, invece di dare loro il massimo slancio.

Lorenzo Guadagnucci


Francesca Grazioli, Capitalismo carnivoro. Allevamenti intensivi, carni sintetiche e il futuro del mondo, Il Saggiatore 2022, 205 pagine, 19 euri

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