Approfondimenti

L’orso ucciso alle Svalbard da un turismo insensato e distruttivo

La fotografia è di quelle che non si dimenticano. L’orso polare è riverso sulla riva del mare, sul fianco destro, una zampa piegata in modo innaturale, il corpo enorme adagiato vicino a tronchi e pezzi di legno portati a terra dalle onde. Non sta dormendo. Poco lontano tre persone sul bagnasciuga guardano verso l’acqua, indifferenti. L’orso bianco, dicono le cronache, è stato ucciso a fucilate dalla scorta armata che accompagna i turisti in visita alle Isole Svalbard, a nord della Norvegia verso il Polo Nord. E’ stato ucciso “a scopo difensivo”, dicono i dispacci di agenzia, perché si era avvicinato alla nave dei turisti e aveva ferito uno dei due addetti alla sicurezza. L’altro avrebbe a quel punto sparato, uccidendo l’animale.

L’orso polare ucciso alle isole Svalbard

Dunque tutto regolare. Il servizio di sicurezza armata è obbligatorio per chi visiti le Svalbard, proprio a causa degli orsi, che spesso si avvicinano ai turisti in cerca di cibo. Le Svalbard sono un gruppo di isole nel circolo polare artico, la terraferma abitata (poco abitata) più vicina al polo nord. Sono isole famose per i ghiacci, per la Banca dei semi che conserva a bassissima temperatura la biodiversità vegetale del pianeta e per gli animali polari.

In tempi recenti le Svalbard sono state raggiunte dal turismo, dalle navi che portano in luoghi così inospitali e inarrivabili crocieristi di passaggio. Fino a poco tempo fa frequentare le Svalbard era un’impresa, appannaggio di pochi avventurosi. Oggi è sufficiente comprare un biglietto da qualche compagnia, indossare una giacca a vento e in poco tempo chiunque può mettere piede sulla terra perennemente ghiacciata.

L’industria del turismo oggi ha ben pochi limiti e riesce a raggiungere luoghi impensabili fino a poco tempo fa, trasportando in località ultra periferiche numeri cospicui di persone. Qualcuno potrebbe dire che siamo di fronte a una forma di democratizzazione del viaggiare: prima alle Svalbard arrivavano solo pochi viaggiatori provetti con tempo e risorse a disposizione; oggi sulle isole del ghiaccio sbarcano turisti qualunque a prezzi certamente contenuti.

Dobbiamo però chiederci se questa democratizzazione abbia senso e per chi abbia senso, se sia davvero una forma di giustizia sociale, o quanto meno di estensione a molti di opportunità prima spettanti a pochi. C’è da dubitarne, se appena spostiamo il baricentro dell’attenzione dalla classe media europea – quella che di fatto fa turismo oggi alle Svalbard – e allarghiamo lo sguardo alla terra, alle acque, alla vegetazione delle isole e agli altri esseri viventi che le abitano.

Il corpo dell’orso polare sulla spiaggia ghiacciata, vittima della condanna a morte decretata ed eseguita seduta stante da una guardia del corpo, è la risposta: il turismo alle Svalbard non ha senso, non è giusto. Se ragioniamo pensando a tutti gli esseri viventi, diventa chiaro quanto sia sbagliato portare tanta gente in luoghi del genere, così vicino ad animali selvatici che compiono ogni gesto, anche l’attacco ai turisti, all’unico scopo di nutrirsi e lottare giorno dopo giorno per la propria sopravvivenza. Non è giusto avvicinarsi così tanto a quegli animali.

C’è un’incompatibilità di fondo fra vita allo stato selvatico e un’industria, il turismo, che è forse la più pesante, la più distruttiva dell’età contemporanea.

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