Approfondimenti

Quelli che… tutto questo rumore per un orso

La triste fine di Daniza ha spinto molti commentatori, giornalisti, uomini politici a occuparsi della questione animale. E ha preso presto il largo, in parallelo con i sentimenti di rabbia e indignazione diffusi, una presa di distanza sotto le bandiere del “ci sono cose ben più importanti di questa”.
10665963_799919286720235_5763328307445381691_nUna presa di distanza che ben conosciamo, in quanto tipica di tutti i conservatorismi – di qualsiasi colore politico essi siano – ed applicabile a qualsivoglia fattispecie. Oggi colpisce l’indignazione per la fine di Daniza l’intero mondo dell’animalismo e dell’antispecismo, ma in passato ha colpito tutti i movimenti, le situazioni che hanno messo in discussione lo status quo del momento, discostandosi dall’agenda pubblica dettata dal potere politico e mediatico. Basta pensare alle varie anime del pacifismo e della nonviolenza, all’ambientalismo, ai movimenti contro le grandi opere, a innumerevoli lotte dei lavoratori eccetera eccetera. E’ quindi una reazione più che prevedibile.
La vicenda di Daniza non è un effimero moto emozionale alimentato dai media, ma qualcosa che tocca tasti più profondi. Fra i commenti più interessanti che abbiamo letto, c’è quello di Ferdinando Camon sul quotidiano Avvenire del 12 settembre scorso. E’ un testo che resta sul terreno della cultura e della fede e che arriva a una constatazione amara, espressa nelle ultime righe dell’articolo:

L’orsa Daniza è morta per la nostra disumanità. Eravamo noi gli impreparati alla convivenza. […] E cosa volevamo fare, catturandola? Che fine avrebbero fatto i due cuccioli? Che fine faranno adesso? Reintroducendo gli orsi, dovevamo introdurre nel codice il crimine di animalicidio: e qui il crimine vien commesso tre volte. No, non siamo pronti a far tornare la Natura. Noi la Natura sappiamo soltanto farla morire.

Questo passaggio coglie un aspetto importante delle nostre società, basate su un presupposto filosofico forzato – il rifiuto della natura animale della condizione umana – e su una prassi, derivata da questo presupposto, che ha condotto passo dopo passo a una distruttiva logica di dominio sugli animali non umano e sugli ecosistemi. Nelle società contemporanee, sia gli animali sia l’ambiente, sono ridotti a merci e a questo titolo inclusi negli infernali meccanismi della produzione, del consumo e del profitto.

Non c’è spazio, in questa società-mercato, per individui come Daniza, ossia per i selvatici (ma il discorso a ben vedere riguarda qualsiasi animale volessimo considerare per quello che è, cioè un individuo e non una fase di passaggio fra l’embrione e la cotoletta o la tomaia di una scarpa). Non c’è spazio nemmeno per la natura, se non come fonte di materie prime o come territorio da colonizzare. E’ grazie a un presupposto filosofico errato e una prassi coerente con simile errore, che le società umane, guidate dai paesi industrializzati, stanno distruggendo gli ecosistemi, cioè le condizioni necessarie affinché continui ad esserci vita sul pianeta in futuro.

10678703_365659090263946_3745398769482275752_nIl caso di Daniza è un’esemplificazione di quel che accade a chi entra in conflitto con l’ideologica della società di mercato: un orso selvatico, con i suoi bisogni da soddisfare, i suoi comportamenti naturali, è una sorta di dissidente irriducibile, è una vita incontrollabile e sfuggente. Perciò viene condannato a morte (o all’ergastolo, se la dose di narcotico fosse stata minore) senza processo e sulla base di accuse false, ossia la sua pericolosità per la vita umana.

Gli animali selvatici, ma in generale una diversa considerazione della vita animale, ci offrirebbero l’occasione per ripensare le nostre società malate; potremmo entrare in un nuovo ordine di idee e compiere scelte più… capaci di futuro. La natura, dice Camon, sappiamo solo distruggerla: la vicenda di Daniza ce ne dà una dolorosa riprova.

Perciò sbaglia chi osserva che la sorte di Daniza ha emozionato fin troppo e suscitato reazioni eccessive. La sorte di Daniza emoziona perché è un caso di vistosa ingiustizia e perché è la spia di una malattia sociale che tutti noi sappiamo di condividere l’uno con l’altro. Stiamo minando i presupposti della nostra civile convivenza e mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa della nostra specie.

Daniza parla di noi, delle nostre società ciniche e distruttive che riducono gli animali a oggetti e le persone a consumatori compulsivi. E’ una verità che preferiamo ignorare, ma che cova sotto la nostra pelle: la tragica fine di Daniza – vittima di un misto di viltà e di arroganza – l’ha per un attimo fatta riaffiorare.

Discussion

One Response to “Quelli che… tutto questo rumore per un orso”

  1. le ultime 2 frasi diventeranno un bell’aforisma ANIMALISTA.
    io ne ho pagine e pagine, me le leggo ogni tanto, e quando tra parentesi rivedo il nome di chi ha scritto come su un pentagramma una musica vera e altrettanto dolorosa, mi chiedo dov’ero stata fino ad allora…ne nomino 3 a caso? Empedocle, Plutarco,….. LEONARDO DA VINCI!

    Posted by ILAVEG | 18 settembre 2014, 16:17

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