Perle agli umani

25/11/2012 – Perle agli Umani: La collina dei conigli, Dylan Dog n. 263

Recensione di Valentina Reggioli

Stavolta parliamo di un fumetto di culto, pubblicato dalla casa editrice del compianto Sergio Bonelli.

Mi riferisco a Dylan Dog, noto anche come “l’indagatore dell’incubo” ideato da Tiziano Sclavi, che esce per la prima volta in edicola nell’Ottobre del 1986 con l’albo “L’alba dei morti viventi” (coi disegni di da Angelo Stano)

Ex agente di Scotland Yard, Dylan Dog è vegetariano e animalista per cui tutte le estati si schiera in prima linea contro gli abbandoni di cani e gatti. Per vivere fa l’indagatore dell’incubo; viene cioè ingaggiato da clienti che si trovino alle prese con dei mostri. La cosa bella, o brutta, del fumetto è che non si tratta soltanto di zombie e licantropi ma anche di mostri ben più terreni e reali.

Un numero particolarmente importante per noi è il 263, uscito nell’agosto 2008 che si intitola “La collina dei conigli”. Ci è particolarmente caro perché è dedicato al tema della vivisezione pur affrontandolo con il pathos tipico di questo meraviglioso fumetto.

Dylan Dog è chiamato da un gruppo di abitanti della campagna inglese spaventati dal ritrovamento di animali selvatici sbranati non si sa bene da cosa e dai “lamenti” che si sentono durante la notte.

Ci vuol poco a capire che i responsabili delle aggressioni sono un gruppo di migliaia di conigli-zombie che si cibano di tutto quello che si trovano a portata di mano, dalle volpi alle persone. Dylan viene morso da uno di questi esseri e si ritrova in un sogno-incubo nel quale la realtà è capovolta. Nel sogno, che dura 5 pagine, le uniche a sfondo nero di tutto l’albo, Dylan è rinchiuso in una gabbia di acciaio assieme a centinaia di esseri umani, nudi ed ammassati. Sono piccoli piccoli contro due “scienziati” in camice bianco che, appena si girano, si capisce essere due conigli.

La vivisezione è così raccontata tramite lo strumento dell’immedesimazione. Uno dei due “scienziati” prende la “cavia” e gli inietta un farmaco nel collo per poi metterlo in una trappola di contenimento che gli isola la testa dal resto del corpo. Oltre alla disperazione del non potersi muovere, viene enfatizzato anche l’aspetto emotivo del ritrovarsi accanto al compagno Groucho, anche lui nelle stesse condizioni, entrambi senza scampo.

Nel seguito si parla esplicitamente di vivisezione: un sopravvissuto ai conigli mannari racconta di essere stato in passato un dipendente di un laboratorio di ricerche sugli animali proprio nella collina dei conigli: “il posto ideale – spiega – in cui nessun ambientalista sarebbe venuto a ficcare il naso”.

Si scopre così che i conigli mannari sono quegli animali che, scarti della vivisezione, venivano sepolti ancora vivi per far risparmiare agli sperimentatori soldi e tempo. Sono tornati per vendicarsi dei loro aguzzini.

L’invasione cessa quando l’ultimo sperimentatore, colpito dai rimorsi, decide di farla finita. I conigli spariscono, tornando da dove erano venuti.

La storia finisce con Dylan Dog che scrive sul suo diario: “a volte sogno che mi aprono il cervello… il perché non lo so, ma è un test, e dicono che questo giustifica tutto… in un altro sogno mi procurano ustioni per testare farmaci… ma il vero incubo arriva al risveglio, quando il sogno svanisce e la paura rimane. E forse non è nemmeno la paura la cosa peggiore, ma la rabbia tremenda che mi invade le viscere come se volesse farmi esplodere”.

Credo che la forza di questa storia consista proprio nel fatto che obblighi il lettore a calarsi nei panni dell’animale da laboratorio. Così facendo insinua nella sua mente l’idea che l’animale non è una macchina creata per i nostri interessi ma un essere capace di provare non solo dolore fisico ma angoscia e paura. E che la questione del benessere della “cavia” non possa essere risolta con gabbie più grandi e con un po’ di anestetico in più.

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