Approfondimenti

Addio Mario, maestro di vita / di Annamaria Rivera

Se ne è andato Mario, uno dei gatti di Gianfranco Laccone e Annamaria Rivera, storici amici della redazione di Restiamo animali. Pubblichiamo un racconto e un ricordo di Mario scritti da Annamaria, antropologa e attivista femminista, antirazzista, antispecista.

di Annamaria Rivera

  1. Sognare con Mario (2008)

 Mario ha un alito esiziale. Il guaio è che pretende di baciarmi. Ogni volta che lo accarezzo, alza la testa e lo sguardo strabico e protende i lunghi baffi fino a sfiorarmi le labbra. Per quanto lo ami, sono costretta ad allontanarmi per non soccombere. Lui si mortifica, lo so. Ma che posso farci? Mangia ottimamente, evita come la peste aglio e cipolla, eppure ha sempre quel fiato fetido. E’ anche cieco da un occhio e l’altro è strabico. E’ così dacché lo incontrai per strada.

Il dottore dice che ha una grave parodontite e che un giorno dovrà cavargli tutti i denti. Solo il pensarci mi fa venire i brividi. Mezzo cieco, con l’alito mefitico, in più sdentato, di certo non sarà attraente. Per fortuna, ha un ottimo carattere: è affettuoso e mite, fiducioso e gentile. Ha qualcosa che non so dire bene a rendermelo tanto caro. Forse è la tendenza a rilassarsi appena lo sfioro, la prontezza ad arrivare quando lo chiamo, l’entusiasmo con cui accoglie gli ospiti e una certa ingenuità curiosa e gioconda. Eppure, quando è necessario, sa essere furbo come una volpe. E poi fa tenerezza osservarlo mentre dorme,  abbandonato e sereno, gli occhi e la bocca finalmente chiusi, i baffoni che vibrano come se stesse sognando qualcosa di piacevole, forse di baciarmi.

Delle volte, quando siamo a letto, Mario e io giochiamo a cucù, una variante del nascondino. Lui si nasconde sotto la coperta e io gli scopro la testa ritmicamente gridando “cucù!”. Mario non ride ma lo sguardo, per quanto strabico, mi dice che si diverte molto. Ci piace anche palleggiarci qualunque cosa ci capiti a tiro: un sassolino, una bacca sferica, una biglia di vetro, un legnetto arrotondato…Lo so, possiamo sembrare infantili, ma a me non importa; neppure a lui, credo.

Ieri notte ho sognato di portarlo al mare. Per Mario era la prima volta. Sicché guardava a lungo, con una certa curiosità stupefatta, la distesa azzurrissima e calma che baluginava al sole. Ma pareva più interessato agli odori e alle piante. Dopo mezz’ora se ne era andato in giro per la spiaggia a osservarle e annusarle. In fondo  – ho pensato in sogno –  ha uno spirito da botanico: avevo l’impressione che mentalmente le classificasse secondo gli aromi. Sembrava attratto soprattutto dalla ruchetta di mare, dalla rapunzia e dall’echinacea: chissà, forse potrebbero guarirlo dall’alitosi, ho immaginato.

Siamo andati via a malincuore, mentre intorno a noi il cielo era tutto un rosseggiare magnifico. Per non intristirci ci siamo messi a correre sulla spiaggia come matti. Mario correva ben più veloce di me, tanto che per alcuni minuti ho temuto di averlo perso. Invece mi aspettava sulla strada con una specie di sorriso ironico tra i mustacchi. Forse aveva voluto farmi uno scherzo.

Sospetto che la parodontite e la semi-cecità risalgano al suo passato da reietto. So che da piccolo è stato abbandonato in strada e che per qualche tempo ha dovuto cavarsela da solo. Ma da lui è impossibile saperne di più. Mantiene il suo segreto e io non posso che rispettarlo. Ho l’impressione, però, che a volte il passato infelice torni a galla e si manifesti in qualche modo. Per esempio, Mario ha un rapporto col cibo piuttosto ansioso. Certe volte si getta sulle ciotole come un disperato e divora tutto in un baleno. Glielo dico sempre di non esagerare. Ha già qualche segno di pinguedine. Semi-cieco, strabico e col fiato puzzolente, ci manca solo che diventi grasso. A me importa poco, ma non vorrei che lui si sentisse mortificato per i suoi difetti.

Stanotte ho fatto un altro bel sogno. Ho sognato che Mario e io eravamo di nuovo al mare. Lui era alto e snello, il verde gli risplendeva in entrambi gli occhi, lo sguardo era dritto e acuto, la bocca emanava effluvi come di zenzero e cannella. Io, coperta solo da un piccolo perizoma rosso, ero agile e bella come da ragazza, i capelli lisci screziati di biondo lunghi fino alla cintura, la pelle bianca e compatta come sassi levigati dalla marea. Nell’aria c’era un olezzo intenso di erbe e piante marine. Ci inseguivamo fra le dune, io coi capelli sollevati dalla brezza, lui con i baffoni scompigliati.

 

Ma non eravamo soli. Dietro di noi correva una decina di altri gatti, belli, giovani e allegri pure loro. Ce n’erano di tutti i tipi: un fulvo col petto bianco, una tricolore a squama di tartaruga, un grigio tigrato dalle zampe robuste, una bianca quasi persiana, una nera con striature grigie, una piccola dal pelo corvino, un quasi-siamese col manto marrone, un abissino slanciato color lepre, una specie di certosina dal mantello grigio-azzurro, un orientale beige, allampanato e con le orecchie grandi. Alla fine della corsa, ci riposavamo tutti insieme sulle dune di fronte al mare, ad attendere il tramonto. Io allungavo la mano ad accarezzare Mario. Lui protendeva il muso e mi sfiorava il viso con le vibrisse.

 

  1. La sua esistenza (2019)

 

Purtroppo, le dune marine della mia breve novella onirica  – scritta quando Mario era con noi da pochi mesi –  le raggiungerà solo dopo la sua morte: il 24 ottobre del 2019, a dodici anni, dopo una lunga malattia. E’ lì che lo abbiamo sepolto: ai margini di una grande spiaggia ch’egli avrebbe apprezzato molto; giusto accanto a Nina, scomparsa due anni prima.

Nonostante la taglia minuta e le condizioni fisiche, era il più dinamico fra i nostri gatti. Era l’unico che adorasse essere accompagnato nel grande giardino condominiale, denso d’alberi e piante. Per meglio dire, lo esigeva per almeno due volte al giorno, anche nella fase più avanzata della sua malattia. Magrissimo com’era divenuto, osava ancora arrampicarsi su tronchi e grate, correre da un angolo all’altro, per poi fermarsi sul bordo della fontana a osservare attentamente i pesci rossi e i fiori di loto. E lì, nel giardino, stringeva amicizie con questa e quello, anche con bambine e bambini, che lo amavano a prima vista.

Aveva un carattere mite e solare, ma anche una grande capacità d’intuizione, empatia e comunicazione.  A dispetto dei malanni e dell’aspetto fisico assai modesto, era capace di sedurre qualunque umana/o che non fosse ostile per principio alle creature feline. Era lui che accoglieva le/gli ospiti, accompagnadole/li fino al salotto e invitandole/i a sedersi sul divano. Non appena s’erano accomodate/i, usava salire sulla spalliera per far loro lunghi massaggi sui capelli, strusciandovi la testa: cosa che di solito stupiva, rilassava ed entusiasmava soprattutto le donne. Ci aveva provato anche con qualche nostro amico quasi calvo, ritraendosene subito, stupefatto.

Per quanto amato e curato, Mario non ha potuto trascendere del tutto il destino di reietto cui  intendeva abbandonarlo chi lo gettò per strada assai piccino. E’ forse a causa di una patologia infettiva presa allora che, quando lo trovammo, era cieco da un occhio e strabico dall’altro; più tardi il veterinario dové cavargli tutti i denti. Un mese prima della sua scomparsa, l’insufficienza renale, per quanto curata nel migliore dei modi, lo aveva reso frenetico con le sue tossine. A questo stato era sopraggiunto quello della depressione, poi la morte.

Nondimeno, pur da gatto di casa, egli ha saputo colmare la sua breve esistenza di una miriade di esperienze, scoperte, relazioni, affetti. Per noi è stato un maestro di vita.

Discussion

One Response to “Addio Mario, maestro di vita / di Annamaria Rivera”

  1. Ciao Mario, buone trasformazioni. Bellissimi questi ricordi, grazie Annamaria

    Posted by Camilla | 30 ottobre 2019, 14:07

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