Animal House

14/4/13 – La cultura ebraica alla prova dell’animalismo

 

CONVEGNO SU SOFFERENZA DEGLI ANIMALI E SCECHITA’

Siamo stati al convegno organizzato domenica 7 aprile dalla comunità ebraica fiorentina su sofferenza animale e scechità.

Ilana Bachbout che ha condotto l’incontro, ha introdotto la tematica dimostrando di essere al corrente dei dibattiti scientifici, giuridici e culturali sui diritti animali al punto da evocare la prospettiva degli animal studies, ed è stata forse l’unica, in tutta la mattinata, a rivleare un’attitudine animalista.

Il rabbino capo di Firenze  Joseph Levi ha illustrato la teologia di Rav Kook, rabbino vegetariano e sensibile verso gli animali, portandoci a conoscenza di tutte quelle pagine teologiche che anche nella millenaria cultura ebraica hanno portato l’attenzione e la sensibilità degli umani verso gli animali, vuoi per la loro dolcezza, vuoi per la loro innocenza, e che richiamano gli umani a proteggerli proponendo quindi se non una lettura animalista quanto meno un’attenzione teologica sulle relazioni persone-animali.

chagallLa professoressa Laura Quercioli Mincer, curatrice della rivista, ha proposto una carrellata di dipinti (Chagall) e di testi del mondo letterario e poetico ebraico che narrano della forte presenza e del magico legame tra mondo umano e mondo animale.

Ha poi parlato Mino Chamla, docente di filosofia alla scuola ebraica di Milano, vegetariano fin da bambino per l’orrore che sempre suscitato in lui dalla presenza nel piatto di membra animali. Era una sensazione – ha spiegato – che svelava in qualche modo anche la paura per la morte. Chamla ha aggiunto di avere da adulto, e da studioso, cercato ”conferme” alla propria scelta, soffermandosi su Spinoza e su un concetto in particolare: “L’animale mi interessa – ha detto – non per quanto è simile a me, ma in quanto diverso da me”. Per Chamla è molto importante, nella scelta vegetariana, il proprio miglioramento etico; il professore si è anche soffermato sul parallelo ebrei-animali, dicendo che è un parallelo che si impone ed è molto istruttivo: “Gli ebrei sanno che comprendere la differenza degli animali aiuta a riflettere sul fatto che, in quanto non eguali, meritano rispetto”.

Emidio Spinelli, docente di filosofia antica a Roma, si è soffermato sul contributo di Hans Jonas, filosofo tedesco che ebbe una certa importanza nella cultura politica dei Grunen tedeschi, ma che d’altronede sostiene convintamente la superiorità umana e che dunque giustifica l’infliggere dolore e morte agli animali “purché vi sia un beneficio per l’umanità”. Quindi “sì” alle sevizie della vivisezione che portano un beneficio scientifico, ma “no” a sevizie fini a se stesse. Questo intervento ci è parso francamente un po’ fuori contesto: se il convegno doveva creare qualche breccia nella shechità (ovvero nella macellazione rituale che avviene a mezzo di taglio della gola e morte per dissanguamento senza alcuna anestesia) è evidente che si potrà sempre accampare qualche vantaggio, non fosse che puramente teologico e di coerenza rispetto a regole date migliaia di anni fa, finendo per riportare sempre l’essere umano e i suoi diritti al centro. Tra l’altro questa prospettiva è pericolosa, infatti molti genocidi sono stati compiuti accampando la “non appartenenza di certi viventi al genere umano”: gli ebrei sono stati ratti, gli Hutu scarafaggi, gli zingari sono all’occorrenza dei cani, e così via… Meraviglia che gli eredi della Shoah non abbiano sviluppato una riflessione di questo tipo che creasse una sorta di “ulteriore livello di sicurezza” per prevenire futuri rigurgiti razzisti.

Quando è stata sollevata una perplessità il professore in questione ha risposto che il creazionismo non lascia scampo: se pensiamo che Dio sia il creatore di tutto il vivente, non possiamo che tenere bene alta la separazione tra umani e animali.

ebreiL’intervento più interessante dal nostro punto di vista è stato quello di Tobia Zevi, un promettente ricercatore di area democratica, che ha appena pubblicato un libro sulla figura del Presidente della Repubblica uscente Giorgio Napolitano, il quale ha proposto di attualizzare una pratica millenaria alla luce delle nuove scoperte in ambito scientifico e veterinario tutelando gli animali dal provare una inutile sofferenza ma anche di portare la riflessione su un piano politico, mettendo – per esempio – in discussione il paradigma dello sviluppo che poggia su allevamenti e macelli sempre più giganteschi e crudeli e sempre più nocivi anche alla salute e all’ambiente.

A rispondergli è stato il rabbino Gianfranco Di Segni, esperto di macellazione rituale, sia dal punto di vista teorico che pratico. Di Segni ha sostenuto, non senza qualche funambolismo del pensiero, che non sia scientificamente provato che gli animali storditi con l’elettricità provino meno dolore di quelli non storditi. Ha aggiunto che stordire gli animali prima dello sgozzamento non garantisce il fatto che gli animali siano ancora vivi mentre li si dissangua, confliggendo in modo irrimediabile con “la tradizione” (di qualche millennio fa) che vuole che l’animale muoia per dissanguamento e non per un’eventuale “anestesia” eccessiva. Infine ha fatto notare che non esiste una autorità “centrale” titolata per prendere una decisione tanto rivoluzionaria. Il decentramento democratico umano non giova dunque alle creature non umane.

Tra gli interventi del pubblico spiccava un tale che ha premesso di essere onnivoro, che al vegetariano ha fatto notare che anche il latte e il formaggio procurano sofferenze inaudite.

A conferenza conclusa una signora ha reclamato – indignata e delusa – per aver ricevuto quarti di capretto kasher senza la zampetta, che era invece “il pezzo” al quale lei ambiva di più. Un mondo diverso (da qualche millennio fa) pare impossibile.

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