Anticipazioni

1/04/12 – Editoriale: sette milioni di morti per conformismo

Susanna Tamaro, scrittrice di fama e donna di fede, ha scritto, a proposito della Pasqua, queste parole: “L’altro giorno mi ha chiamato un’amica che lavora vicino al mattatoio. «Mi sono messa i tappi, ma non serve a niente. Vengono scaricati ogni giorno, a centinaia, e urlano con voci da bambini, disperate, rauche, in preda al terrore, ma, a parte me, nessuno sembra farci caso. In fondo ogni anno è così. È la vita, è la tradizione, è Pasqua e questo è il rumore della Pasqua». Già, perché la Pasqua è soprattutto un pranzo tradizionale, una mangiata di quelle che si fanno di rado, con l’abbacchio trionfante in mezzo alla tavola, un abbacchio ridotto a prelibatezza culinaria, a segno di una cultura gastronomica mai tradita, spogliato da ogni valenza che superi il tratto gastrointestinale. Ma in quei belati, in quelle urla, in quella vita che è pura innocenza, non è forse celata la domanda più profonda sul senso dell’esistere?

Così Susanna tamaro. E come darle torto? Questi sono giorni tragici.
Si avvicina una giornata di festa, la santa Pasqua dei cattolici,  e le strade sono solcate da mezzi che trasportano migliaia, milioni di giovanissimi individui, di pochi mesi, verso i macelli.
Sono gli agnelli che domenica prossima finiranno nei piatti degli italiani.
Sette milioni di cuccioli di pecore e capre, annientati per onorare una giornata che secondo gli intenti sarebbe consacrata alla pace e all’amore universale.
Gli agnelli, paradosso nel paradosso, sono simbolo di innocenza e purezza. Per il loro aspetto indifeso e benevolo, sono l’immagine preferita nell’iconografia che accompagna i bambini: popolano cartoni animati e pupazzetti, campeggiano su pigiamini e vestitini, su quaderni e astucci. Ma quando arriva la Paqua, tutto viene dimenticato, cancellato: non c’è pietà per loro.

Forse sono proprio la purezza e l’innocenza, che vengono immolate per mostrare venerazione alla divinità? Ma che senso può avere una cosa del genere?
Il sacrificio animale nulla aggiunge, e anzi molto toglie allo spirito religioso della festa, e oggi è diventato prassi consumistica: non sono solo i cattolici praticanti a partecipare alla mattanza pasquale; in loro compagnia c’è il consumatore qualunque, che trova normale seguire la tradizione religiosa del pranzo a base d’agnello, anche se indifferente al credo religioso: trova la carne di agnello al supermercato, come un qualsiasi prodotto di stagione, e la mette nel carrello, senza farsi domande, senza sapere davvero che cosa sta facendo, perché lo sta facendo.

Ci pare che la festa religiosa sarebbe meglio onorata, e più coerentemente praticata, se non comportasse terrore e morte per tante creature. Si dirà che le religioni vanno rispettate e con esse le loro tradizioni; si dirà che la religione cattolica non prescrive una dieta vegetariana e anzi ritiene che gli animali siano a completa disposizione dei capricci dell’animale umano, che ha il potere di disporre come vuole delle vite altrui. Tutto vero, ma è anche vero che nella chiesa cattolica, c’è chi rifiuta i sacrifici animali e anche l’alimentazione a base di animali, senza per questo venire meno – anzi – ai precetti religiosi.

Esiste un’associazione dei cattolici vegetariani e ci sono teologi, come Luigi Lorenzetti, collaboratore del settimanale famiglia Cristiana, che hanno a lungo riflettuto sul rapporto con gli animali, dando un’interpretazione del precetto “non uccidere” che in nulla confligge con i comandamenti della chiesa, e anzi ne esalta il significato più profondamente pacifico e anti violento:  “Il comandamento non uccidere – scrive Lorenzetti – contrariamente a un’interpretazione che tradizionalmente è stata data, si estende anche agli animali. Infatti si dice ‘Non uccidere’ e non semplicemente ‘Non commettere omicidio’.  L’essere umano non ha il potere di creare la vita, non ha, quindi, il potere di toglierla. E’ necessario il passaggio da una mentalità utilitarista a una mentalità gratuita. Le creature, prima che utili, sono valore per sé stesse e dicono appartenenza al creatore che le ha create. Inoltre – continua Don Luigi Lorenzetti – è necessario il passaggio da una mentalità padronale a una mentalità di amministratore e di servizio. Occorre rivedere una concezione di tipo piramidale in cui l’essere umano sta, per così dire, in cima, sotto e in basso tutte le altre cose: elementi naturali, piante, animali“.

Il giorno di festa è per definizione una rottura della routine, un momento di pausa e di riflessione: l’invito allora è di fermarsi a pensare, di dare un’opportunità al senso di giustizia e alla voglia di cambiare che è nel fondo di ciascuno di noi.

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